Dal vicolo semideserto in acciottolato che scende verso la Curva Pinot arrivano i rumori ovattati come se fossero rulli di tamburi in lontananza.
Quando un punto cruciale – e intenso – della corsa è così vicino al traguardo, sono sempre indecisa sul da farsi ma, se c’è una cosa che mi hanno insegnato i due anni distopici della pandemia, è che il ciclismo non si compie all’arrivo ma altrove, nei mistici posti che questo sport ha scelto come cappelle della via Crucis dove fermarsi e meditare sul mistero di un amore così folle e scellerato.

I tifosi di Thibaut Pinot hanno già saccheggiato Bergamo fin dalla notte scorsa, confiscando ogni singola bottiglia di birra rimasta nei più bui anfratti della città. Tutto è stato bevuto, a patto di dimenticare che questa festa è un addio.
Come quando la squadra del cuore è in trasferta, così questi fedelissimi sono arrivati da ogni parte della Francia per l’ultima battaglia del loro eroe romantico, intenso nella vittoria quanto nella sconfitta, nella sua intima sofferenza con Madiot che lo scuote, lo ama, gli parla sussurrando come ad un figlio. Brutale e tenera è stata la strada con questo spirito selvaggio che a trentatré anni ha deciso che le capre sono più fedeli degli uomini e che l’immensità della natura poteva alleviare tutto quel non essere abbastanza in un mondo dove ogni cosa deve essere in bolla: la dieta, il peso, la testa.

Adesso che tutto è quasi alle spalle in questa giornata malinconica per eccellenza – l’ultima classica della stagione, alle porte dell’autunno – ogni cosa sembra incensata di stordita gloria: i tifosi instancabili intonano cori, canzoni, e quando passa la corsa dicono che bisogna stare indietro, fanno la parte dei poliziotti davanti alle autorità serie e segretamente basite davanti a questa marea umana che, in fondo, ne aspetta solo uno.
Quando LUI arriva, non c’è catena umana che tenga, in un millisecondo le barriere vengono sfondate, la Bastiglia è presa, la corsa si ferma, la sua Guardia Nazionale lo tocca come se fosse il generale La Fayette in persona, comandante in capo della rivoluzione.
Questo è un giorno che nessuno dimenticherà mai.

Uno sconsolato Napoleone fissa diritti gli occhi nel vuoto della fine, come se sapesse che nessuna Virage Pinot sopravviverà dopo questo tramonto mentre il corteo popolare sceso da Città Alta fa rotta inesorabilmente verso il bus. Da una parte vedo le cose che scompaiono con un alito di vento, incapaci di sostenere l’intensità del tempo; dall’altra vedo le nostre inesorabili e perenni fortezze che, in serate come queste, ci trovano inermi come guerrieri senza armi. Adesso i nostri finali incompiuti bussano alle porte della notte con un sorriso al quale, per l’ennesima volta, diciamo di no.
Non sappiamo se dopo la battaglia verrà la pace ma il destino pensa a tutti e un giorno – forse – penserà anche a noi.

“Suite Francese” è un romanzo incompiuto di Irène Némirovsky. L’autrice sognava un libro di mille pagine con un ritmo cinematografico. Come un poema sinfonico, inizialmente doveva essere diviso in cinque sezioni.
La quarta e la quinta avrebbero dovuto chiamarsi Batailles ("Battaglie") e La Paix ("Pace"), ma di questi progetti esistono solo i titoli - costellati di punti interrogativi - nei quaderni di appunti dove viene anche spiegato che le due ultime parti sono in “un limbo in grembo agli dei”.